Per più volte, nel Vangelo dell'annunciazione in Luca, si dice che qualcosa o qualcuno si chiama in un certo modo: la città si chiamava Nazaret, lo sposo promesso si chiamava Giuseppe, la ragazza si chiamava Maria, il figlio si sarebbe chiamato Gesù.
Il nome dà il contorno, dà la sicurezza della forma. E' come la pelle, che ci avvolge e ci contiene: niente di noi potrebbe esistere fuori, pena la decomposizione. E con la stessa grazia con cui siamo avviluppati dalla morbidità ed elasticità della pelle, così viviamo dentro il nostro nome.
Sia che esso abbia un significato esplicito, sia che non significhi apparentemente niente, il nome dice esattamente noi, senza possibilità di equivoco; ci chiama in causa, ci rende presenti. Con questo nome, abbinato al contenuto che noi siamo, non esiste nessun altro.
D'altra parte il nome dice anche la nostra passività: non lo abbiamo scelto, ma ricevuto; affonda la sua nascita in tempi remoti di cui non siamo consapevoli. Come in un sacco, vi siamo raccolti mentre il liquido amniotico lambisce le nostre forme irripetibili.
Perchè allora non augurarsi di sentirsi finalmente chiamati per nome?